
Spese di trasferta e tracciabilità: più chiarezza dall’Agenzia delle Entrate

Negli ultimi mesi, il tema delle spese di trasferta è tornato con forza al centro dell’attenzione di chi si occupa di HR, payroll e amministrazione del personale. Non tanto per l’introduzione di nuove tipologie di costi, quanto per il rafforzamento di un principio che oggi non può più essere considerato accessorio: la tracciabilità dei pagamenti.
Con la circolare n. 15 del 22 dicembre 2025, l’Agenzia delle Entrate interviene per fare chiarezza su una materia che, dopo una serie di modifiche normative stratificatesi nel corso del 2024 e del 2025, aveva generato dubbi applicativi e interpretazioni non sempre allineate. L’obiettivo dichiarato è quello di ricondurre a sistema le regole fiscali applicabili alle indennità di trasferta, ai rimborsi spese e alle spese di rappresentanza, alla luce delle novità introdotte dal decreto legislativo n. 192/2024, dalla legge di bilancio 2025 e dal decreto fiscale n. 84/2025.
Spese di trasferta, il chiarimento nella circolare dell’Agenzia delle Entrate
La circolare nasce dall’esigenza di fornire un quadro organico e coerente in un contesto normativo che, negli ultimi anni, si è progressivamente orientato verso un controllo più stringente delle modalità di pagamento delle spese sostenute in ambito lavorativo. L’Agenzia delle Entrate chiarisce che le nuove istruzioni non introducono un cambio di paradigma, ma rafforzano e precisano principi già presenti, con l’intento di semplificare gli adempimenti e ridurre le incertezze operative.
In particolare, la circolare svolge una funzione di raccordo tra:
il decreto legislativo n. 192/2024, noto come decreto delegato Irpef
la legge n. 207/2024, legge di bilancio 2025
il decreto legge n. 84/2025, intervenuto nuovamente sul tema della tracciabilità
Questo coordinamento normativo rende il documento un riferimento operativo importante per aziende e professionisti chiamati a gestire trasferte, note spese e rimborsi in modo conforme.
Trasferte e missioni: come cambia il trattamento fiscale dei rimborsi secondo la circolare
Uno dei punti centrali della circolare dell’Agenzia delle Entrate riguarda il trattamento fiscale dei rimborsi riconosciuti ai lavoratori dipendenti. Il discrimine resta il luogo in cui si svolge la missione, perché da questo dipende l’applicazione delle regole fiscali.
Trasferta fuori dal comune della sede di lavoro
Quando la trasferta si svolge fuori dal comune della sede di lavoro, la disciplina resta sostanzialmente invariata. I rimborsi per spese di viaggio, vitto e alloggio sono esclusi dal reddito imponibile del dipendente, a condizione che le spese siano regolarmente documentate. La circolare conferma questo impianto, ribadendo l’importanza della documentazione come presupposto essenziale per l’esenzione.
Trasferta all’interno del comune: il chiarimento più atteso
Il chiarimento più significativo riguarda le trasferte svolte all’interno del comune della sede aziendale. In questo ambito, l’Agenzia delle Entrate conferma che anche i rimborsi chilometrici e le spese di trasporto possono essere esclusi dal reddito imponibile, purché le spese siano strettamente inerenti all’attività lavorativa e correttamente documentate.
Si tratta di un passaggio rilevante perché supera un’impostazione più rigida adottata in passato e riconosce valore fiscale anche alle trasferte “brevi”, quando funzionali allo svolgimento dell’attività lavorativa.
Tracciabilità: perché l’esclusione dal reddito non è automatica
La circolare chiarisce che, ai fini dell’esclusione dal reddito imponibile, la sola documentazione della spesa non è sufficiente qualora il pagamento non sia avvenuto mediante strumenti tracciabili. L’esclusione dal reddito resta infatti subordinata alla possibilità, per il dipendente, di dimostrare che il costo è stato sostenuto tramite modalità che consentano la tracciabilità del pagamento.
Per le trasferte svolte in Italia, sia all’interno che fuori dal comune, il rimborso può essere escluso dal reddito imponibile a condizione che il pagamento sia avvenuto con strumenti tracciabili:
bancomat o carte di credito
bonifici bancari
applicazioni di pagamento elettronico
In assenza di tracciabilità, anche una spesa inerente e documentata rischia di concorrere alla formazione del reddito imponibile in busta paga.
Spostamenti, vitto e alloggio: come si applica la tracciabilità
Il requisito della tracciabilità riguarda anche spese molto frequenti nella gestione quotidiana delle trasferte. La circolare chiarisce che il principio si applica, tra le altre, alle spese sostenute per:
utilizzo dell’auto propria, inclusi i rimborsi chilometrici
servizi di trasporto non di linea, come taxi e noleggio con conducente (NCC)
vitto e alloggio, presso ristoranti, bar, hotel e strutture ricettive
servizi di mobilità intermediati da piattaforme digitali, simili a Uber
La circolare conferma inoltre che pedaggi autostradali e parcheggi possono essere rimborsati senza concorrere alla formazione del reddito, a condizione che siano documentati e collegati alla trasferta lavorativa.
Le indicazioni in materia di tracciabilità fornite dalla circolare si collocano nel perimetro delle spese sostenute nell’ambito di trasferte e missioni effettuate in Italia, in coerenza con l’impianto normativo introdotto nel corso del 2024 e del 2025. Fa eccezione il trattamento delle spese di rappresentanza, per le quali il requisito della tracciabilità rileva anche se sostenute all’estero, ai fini della deducibilità dal reddito d’impresa.
Tracciabilità spese trasferta: eccezione per i mezzi pubblici di linea
All’interno di un quadro che rafforza in modo deciso il principio della tracciabilità, l’Agenzia delle Entrate individua una sola eccezione esplicita. Per i mezzi di trasporto pubblico di linea, come autobus, tram, metropolitane e treni, non è richiesto l’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili.
In questi casi, il biglietto cartaceo o digitale, acquistato anche in contanti è considerato sufficiente per garantire l’esclusione del rimborso dal reddito imponibile.

Alcuni esempi di applicazione concreta delle regole sulla tracciabilità
Per rendere più immediata la lettura della circolare, proviamo a ricondurre i principi a situazioni operative ricorrenti. Ad esempio, un dipendente che utilizza la propria auto per una trasferta all’interno del comune può ricevere un rimborso chilometrico escluso dal reddito se la spesa è documentata e sostenuta esclusivamente con modalità tracciabili.
Lo stesso principio vale per l’utilizzo di taxi o servizi NCC, mentre resta escluso dall’obbligo di tracciabilità il ricorso ai mezzi pubblici di linea, per i quali il biglietto è sufficiente anche se acquistato in contanti.
Spese di rappresentanza e trasferte all’estero
La circolare dell’Agenzia delle Entrate precisa che, non essendo stata prevista una limitazione territoriale del requisito della tracciabilità, anche le spese di rappresentanza sostenute all’estero devono essere effettuate con mezzi di pagamento tracciabili per poter essere dedotte dal reddito d’impresa.
La circolare non introduce nuovi obblighi organizzativi in capo alle aziende, ma chiarisce le condizioni fiscali che incidono sul trattamento dei rimborsi e, di conseguenza, rende centrale la corretta gestione di documentazione e tracciabilità delle spese di trasferta.
Gestire le trasferte in modo conforme con la Nota spese di Fluida
In un contesto normativo in cui tracciabilità, documentazione e coerenza delle informazioni diventano requisiti essenziali, la gestione delle trasferte non può più basarsi su processi manuali o frammentati. La funzionalità Nota spese di Fluida consente alle aziende di gestire rimborsi e trasferte in modo strutturato, supportando la raccolta ordinata di informazioni e documenti utili alla verifica delle condizioni previste dalla normativa. I dipendenti possono caricare le spese sostenute, allegare la documentazione e indicare le modalità di pagamento, mentre HR e amministrazione hanno a disposizione tutte le informazioni necessarie per verificare inerenza, completezza e tracciabilità, riducendo il rischio di errori prima dell’elaborazione in busta paga.
La circolare dell’Agenzia delle Entrate, n. 15 del 22 dicembre 2025, non introduce quindi un nuovo principio in materia di spese di trasferta, ma interviene per chiarire l’ambito di applicazione e gli effetti concreti delle regole sulla tracciabilità, alla luce delle modifiche normative intervenute nel corso del 2024 e del 2025.
Il suo valore non sta nell’affermare che le spese debbano essere tracciabili, ma nel precisare quali rimborsi possono essere esclusi dal reddito, a quali condizioni e in quali contesti, superando alcune incertezze operative che avevano caratterizzato la gestione delle trasferte, in particolare all’interno del comune e per le spese di trasporto.

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Trasformare un contratto a termine in un'assunzione a tempo indeterminato è il passo naturale quando una risorsa ha dimostrato di valere, ma per una PMI vuol dire fare i conti con un costo fisso che pesa sul bilancio.
Prima di firmare, però, conviene sapere che la convenienza di questa scelta nel 2026 non dipende solo dal costo del contratto: dipende da una finestra temporale che si chiude il 31 dicembre e da un requisito di incremento dell'organico che non tutte le aziende riescono a rispettare.
Il Bonus stabilizzazione giovani 2026 (previsto dall’articolo 4 del Decreto-Legge n. 62/2026, convertito dalla legge 25 giugno 2026 n. 112) nasce proprio per questo: azzerare i contributi previdenziali a carico dell’azienda che conferma un giovane già inserito in organico.
Cos'è il bonus stabilizzazione giovani del Decreto Lavoro 2026
Il Bonus stabilizzazione giovani è un esonero contributivo totale pensato specificamente per chi trasforma un contratto a termine già esistente in un'assunzione a tempo indeterminato e non riguarda le nuove assunzioni dall’esterno che rientrano invece nel diverso Bonus Giovani ordinario.
Le modalità applicative dell’incentivo sono state chiarite dall’INPS con la Circolare n. 72 del 3 luglio 2026. L’obiettivo della misura è favorire la stabilizzazione dei giovani già inseriti in azienda.
Chi può accedere: requisiti dell'azienda e del lavoratore
Per ottenere l'esonero, la legge richiede il rispetto di alcune condizioni precise, divise tra impresa e collaboratore.
I requisiti dell'azienda. L'incentivo è aperto ai datori di lavoro privati in regola con il DURC, senza violazioni in materia di lavoro, legislazione sociale e sicurezza sul luogo di lavoro e che applichino i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Nei sei mesi precedenti la trasformazione l'azienda non deve aver effettuato licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo né licenziamenti collettivi nella stessa unità produttiva: la condizione vale a prescindere dalla qualifica dei lavoratori coinvolti. Il decreto richiede inoltre di corrispondere al lavoratore un trattamento economico individuale non inferiore al trattamento economico complessivo definito dalla contrattazione collettiva di riferimento.
I requisiti del lavoratore. Il dipendente deve avere meno di 35 anni (34 anni e 364 giorni alla data della trasformazione), non essere mai stato occupato a tempo indeterminato nel corso della propria vita lavorativa e rivestire la qualifica di operaio, impiegato o quadro: il personale con qualifica dirigenziale è escluso per espressa previsione normativa. Non è richiesta l'appartenenza a categorie di svantaggio, condizione che riguarda invece il Bonus Giovani per le nuove assunzioni, non la stabilizzazione.
L’incremento occupazionale netto. La trasformazione deve produrre un aumento della base occupazionale rispetto alla media dei lavoratori occupati nei dodici mesi precedenti. Il calcolo si fa sull'intera organizzazione del datore di lavoro, secondo la nozione di impresa unica, e non sulla singola unità produttiva, e va rifatto per ogni mese di fruizione: non entrano nel computo le diminuzioni di occupati verificatesi in società controllate o collegate, mentre gli aumenti possono essere considerati a favore dell'azienda. Se in un mese l'incremento viene meno, per quel mese l'esonero non spetta; se si ricostituisce, la fruizione riprende ma il beneficio perduto non si recupera. Il requisito non decade quando il posto è rimasto vacante per dimissioni volontarie, invalidità, pensionamento per raggiunti limiti d'età, riduzione volontaria dell'orario o licenziamento per giusta causa.
Quanto vale l'esonero e per quanto tempo
L'agevolazione consiste in un esonero del 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro privato, con l'esclusione dei premi INAIL.
L'importo massimo. Lo sgravio copre i contributi fino a un tetto massimo di 500 euro al mese per ciascun lavoratore, uniforme su tutto il territorio nazionale: le maggiorazioni territoriali riguardano il distinto Bonus ZES, non la stabilizzazione.
La durata. Il beneficio viene riconosciuto per un periodo massimo di 24 mesi, indipendentemente da eventuali condizioni di svantaggio del lavoratore.
Part-time e mesi parziali. Per i rapporti a part-time i massimali dell'agevolazione sono proporzionalmente ridotti. Per le trasformazioni o le cessazioni che avvengono in corso di mese la soglia si riproporziona su base giornaliera, assumendo a riferimento 16,12 euro per ogni giorno di fruizione. Il periodo di fruizione può essere sospeso, con differimento del godimento, solo in caso di assenza obbligatoria dal lavoro per maternità, comprese le ipotesi di interdizione anticipata.
Esclusioni. Restano esclusi dal beneficio i rapporti di lavoro domestico, i contratti di apprendistato e la trasformazione di contratti intermittenti o a chiamata. L'esonero spetta invece per le trasformazioni a tempo indeterminato a scopo di somministrazione e per i rapporti instaurati in attuazione del vincolo associativo con una cooperativa di lavoro.

Le scadenze: quando va fatta la stabilizzazione
Il tempismo è decisivo per non perdere il bonus. Le finestre operative stabilite dalla normativa sono tassative:
il contratto a termine da trasformare deve essere stato instaurato entro il 30 aprile 2026;
alla data della trasformazione, il contratto deve avere una durata complessiva non superiore a 12 mesi;
la trasformazione effettiva deve avvenire tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026;
la trasformazione deve avvenire senza soluzione di continuità rispetto al contratto a termine: non sono incentivabili le trasformazioni di rapporti a tempo determinato instaurati dal 1° maggio 2026 in poi.
Poiché i benefici dipendono dalla corretta gestione delle istanze telematiche, il consiglio è muoversi per tempo insieme al consulente del lavoro appena scatta la decisione di stabilizzare, tenendo traccia delle date che contano insieme a tutte le altre scadenze del personale.
Come fare richiesta: la procedura INPS
L’accesso al bonus non è automatico in busta paga, ma richiede un iter telematico preciso, reso operativo dall’INPS con il messaggio n. 2518 del 29 luglio 2026.
Invio dell'istanza. La domanda va presentata esclusivamente online tramite il Portale delle Agevolazioni (ex DiResCo), nella sezione “Incentivi decreto Lavoro 2026 – Incentivo alla stabilizzazione”, indicando i dati dell’impresa e del lavoratore, la data di stipula del contratto da trasformare, la tipologia di orario e la retribuzione media mensile prevista, oltre alle dichiarazioni sull’assenza di cumulo con altri esoneri e sul trattamento economico applicato. L'istanza può essere presentata sia per trasformazioni già effettuate dal 1° agosto 2026 sia per trasformazioni non ancora avvenute.
Verifica delle risorse. L'INPS verifica che il lavoratore non sia stato titolare di rapporti a tempo indeterminato precedenti, quantifica il beneficio sulla base dei contributi dichiarati e accoglie la domanda solo se le risorse residue bastano a coprire l'intero periodo agevolato.
Il termine dei dieci giorni. Se la domanda riguarda una trasformazione non ancora effettuata, l'INPS accantona le risorse e invita l'azienda, via PEC e con notifica su MyINPS, a procedere e a inviare la comunicazione obbligatoria entro dieci giorni. Il termine è perentorio: se scade, gli importi accantonati si perdono, ferma restando la possibilità di presentare una nuova istanza.
Recupero dell’esonero. Ottenuta l'autorizzazione, l'azienda compensa l'esonero mensilmente attraverso i flussi dichiarativi (UniEmens) gestiti dal consulente del lavoro.
Cumulabilità con altri incentivi
Una delle leve più interessanti per le PMI è la possibilità di combinare l'esonero contributivo con altri strumenti di sgravio fiscale. La maxi-deduzione del costo del lavoro prevista per le nuove assunzioni stabili, una maggiorazione del 20% (30% per le categorie meritevoli di maggiore tutela) sul costo deducibile del personale, che si somma senza alcuna riduzione perché opera sul piano fiscale e non su quello contributivo. L'esonero dell'1% collegato alla Certificazione della parità di genere, che incide sul monte contributivo aziendale e non sul singolo rapporto. E le agevolazioni che riducono la contribuzione a carico del lavoratore, come l'esonero sulla quota IVS delle lavoratrici madri.
Il beneficio è riconosciuto entro limiti di spesa definiti: 18,2 milioni di euro per il 2026, 87,5 milioni per il 2027 e 69,3 milioni per il 2028. L'INPS monitora l'andamento delle domande e, se il limite risulta raggiunto anche solo in prospettiva, non accoglie ulteriori richieste.
Bonus stabilizzazione giovani: domande frequenti
Si applica anche ai contratti di apprendistato?
No. L'apprendistato è escluso dal bonus perché gode già di regimi contributivi agevolati e di aliquote ridotte rispetto alla contrattazione ordinaria. Diverso il caso del lavoratore che in passato ha svolto un periodo di apprendistato: quei periodi non sono ostativi al riconoscimento dell'esonero.
Il lavoratore deve aver lavorato continuativamente?
No. Ai fini dell'esonero non è richiesta una carriera precedente senza interruzioni: il requisito di continuità riguarda il passaggio dal contratto a termine a quello a tempo indeterminato, che deve avvenire senza soluzione di continuità. Un'interruzione tra i due rapporti fa perdere l'accesso all'esonero, così come non sono incentivabili i contratti a termine instaurati dal 1° maggio 2026 in poi.
Il bonus decade se il dipendente viene licenziato?
Non automaticamente. La normativa prevede la revoca dell'incentivo in specifiche situazioni. Per esempio, il beneficio viene revocato se, entro sei mesi dalla trasformazione agevolata, il datore di lavoro licenzia per giustificato motivo oggettivo il lavoratore che beneficia dell'esonero oppure un altro dipendente con la stessa qualifica nella medesima unità produttiva. In questi casi l'INPS revoca l'esonero e recupera i benefici già fruiti. Non sono invece ostativi i licenziamenti per sopravvenuta inidoneità assoluta al lavoro o per superamento del periodo di comporto. Attenzione anche al fronte opposto: se in un mese viene a mancare l'incremento occupazionale netto, per quel mese l'esonero non spetta..
È compatibile con la maxi-deduzione del costo del lavoro?
Sì, in linea generale la maxi-deduzione fiscale è cumulabile con la maggior parte degli incentivi contributivi. Prima di fare affidamento sulla cumulabilità per un caso specifico, è comunque consigliabile una verifica con il consulente del lavoro, poiché le condizioni di dettaglio possono variare.
Gestire una stabilizzazione significa anche tenere insieme date, documenti e adempimenti che non possono slittare. Scopri come Fluida ti aiuta a non perdere di vista le scadenze del personale.
24 lug 2026
Molte aziende usano già l'intelligenza artificiale nella gestione del personale, spesso senza averla mai classificata come tale. Dal 2 agosto 2026 l'AI Act europeo entra in una nuova fase: si applicano gli obblighi di trasparenza dell’art. 50 e il regime sanzionatorio nazionale diventa operativo, con pieni poteri alle autorità di vigilanza.
Questa data però non è un punto di partenza: sul rapporto di lavoro diversi obblighi valgono già oggi. L'informativa sui sistemi decisionali o di monitoraggio automatizzati è prevista dall'art. 1-bis del D.Lgs. 152/1997 dall'estate 2022, i limiti al controllo a distanza dall'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, e l'art. 22 del GDPR presidia già le decisioni interamente automatizzate.
Gli obblighi più stringenti, quelli sui sistemi ad alto rischio, tra cui rientra la selezione del personale, sono stati invece rinviati al 2 dicembre 2027 dal Regolamento (UE) 2026/1744, il cosiddetto Digital Omnibus, pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 24 luglio 2026: un rinvio che sposta la scadenza, non il lavoro da fare.
Per le aziende si tratta comunque di un passaggio importante: l'IA può diventare un supporto concreto per migliorare l'efficienza organizzativa, ma richiede molta più attenzione nella gestione dei dati, nella trasparenza verso i lavoratori e nel mantenimento del controllo umano sulle decisioni.
Il decreto IA italiano e il rapporto di lavoro: cosa cambia
Selezione del personale, formazione, pianificazione dei turni e valutazione delle prestazioni sono ambiti in cui questi strumenti aiutano già molte organizzazioni a lavorare meglio.
A livello italiano, la Legge 132/2025 ha già fissato il principio generale, ovvero un uso trasparente, sicuro e non discriminatorio dell'IA sul lavoro, e il 10 giugno 2026 il Governo ha approvato in esame preliminare uno schema di decreto attuativo che introduce, tra l'altro, il divieto di decisioni prese esclusivamente da un algoritmo su costituzione, modifica e cessazione del rapporto di lavoro, compresi i provvedimenti disciplinari.
È bene essere precisi su questo punto: è uno schema, non ancora legge definitiva, e il testo potrà ancora cambiare prima dell'approvazione finale.
Con l'AI Act europeo, l'obiettivo è garantire che la tecnologia venga adottata con criteri chiari, tutelando le persone quando sono in gioco decisioni che le riguardano. Le aziende dovranno concentrarsi su tre aspetti cardine.
Trasparenza: informare lavoratori e candidati sull'utilizzo degli strumenti di IA.
Gestione dei dati: sapere con precisione quali informazioni vengono trattate e per quali finalità.
Controllo umano: garantire che le scelte più rilevanti non siano mai delegate interamente a un algoritmo.
Il primo passo concreto consiste nel mappare gli strumenti già presenti in azienda, aggiornando procedure e informative interne prima che la normativa diventi pienamente applicabile.
L’obbligo di informativa ai lavoratori sull’uso dell’IA
La trasparenza è uno dei pilastri dell'AI Act. Quando un sistema automatizzato incide sull’organizzazione del lavoro o supporta le decisioni HR, le persone devono sapere esattamente cosa sta succedendo.
L’informativa non deve essere un modulo burocratico da archiviare, ma uno strumento di chiarezza che documenta:
quali software o strumenti di IA vengono impiegati;
per quali finalità (es. selezione o pianificazione);
quali dati vengono elaborati;
in che modo l’IA contribuisce alle valutazioni, chiarendo che si tratta sempre di un supporto e mai del decisore ultimo.
Una comunicazione trasparente aiuta a costruire un rapporto di fiducia solido, supportato da una documentazione sempre pronta da mostrare in caso di verifiche.
Il divieto di decisioni esclusivamente automatizzate su assunzione e licenziamento
L'IA può velocizzare la prima scrematura delle candidature o aiutare a organizzare le informazioni di una selezione, ma quando si tratta di un impatto concreto sulla vita professionale di una persona, il giudizio umano deve rimanere al centro. Assunzioni, avanzamenti di carriera o cessazioni del rapporto non possono essere affidati a una macchina. Serve un intervento reale: chi decide deve poter analizzare il contesto e, se necessario, discostarsi dal suggerimento dell’algoritmo, è il principio della supervisione umana.

I nuovi diritti dei lavoratori: contestazione e revisione umana
Le nuove regole rafforzano la tutela delle persone. Davanti a una decisione supportata dall'intelligenza artificiale, i lavoratori hanno il diritto di:
ricevere informazioni chiare sull'utilizzo della tecnologia;
comprendere quali elementi hanno inciso sulla valutazione;
chiedere una revisione umana della decisione;
ottenere una motivazione intelligibile, che indichi l’incidenza del sistema sul processo decisionale e i principali parametri considerati, oltre all’accesso ai dati utilizzati.
Per le aziende significa strutturare processi interni trasparenti e definire chiaramente le responsabilità di chi firma la decisione finale.
Sistemi di monitoraggio a distanza: le nuove regole
L'introduzione dell'IA nei software che monitorano i tempi di lavoro o l'uso dei dispositivi aziendali riapre il tema del controllo a distanza. Alcuni strumenti digitali possono infatti raccogliere informazioni sui tempi di lavoro, sull'utilizzo dei dispositivi aziendali o sulle modalità con cui vengono svolte determinate attività.
Vale la stessa regola generale anche per strumenti più comuni e meno sofisticati, come un software di rilevazione presenze o di pianificazione turni. Qui serve però una distinzione che spesso si perde: la sola registrazione di entrate e uscite, se da essa non deriva una decisione interamente automatizzata, resta fuori dall’obbligo informativo dell’art. 1-bis (circolare del Ministero del Lavoro n. 19/2022). L’informativa privacy e la definizione della finalità del trattamento, invece, restano dovute in ogni caso, con o senza IA
Sul controllo a distanza il riferimento resta l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori: gli impianti e gli strumenti da cui derivi anche indirettamente la possibilità di controllare l'attività dei lavoratori richiedono un accordo con le rappresentanze sindacali o, in mancanza, l'autorizzazione dell'Ispettorato del Lavoro. Il comma 2 esclude da questo passaggio gli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze, che restano comunque soggetti all'informativa e alla normativa sulla protezione dei dati.
Gli obblighi previsti dalla legge non scompaiono: bisogna informare i dipendenti, giustificare la raccolta dei dati e agire nel pieno rispetto della privacy. Valutare questi aspetti prima di adottare un nuovo strumento tecnologico evita criticità successive.
Cosa deve fare concretamente l'azienda entro il 2 agosto 2026
Le aziende possono muoversi fin da ora seguendo alcuni passi operativi.
Mappare gli strumenti: individuare quali software o strumenti integrano funzionalità di intelligenza artificiale e in quali attività vengono utilizzati.
Verificare il flusso decisionale: capire in quali processi l’algoritmo affianca le persone e chi assume la decisione finale.
Aggiornare la documentazione: rendere trasparenti informative e finalità di trattamento dei dati.
IA e lavoro: le domande più frequenti
L’obbligo di informativa riguarda anche i software HR?
Sì, quando il software incide su aspetti rilevanti del rapporto di lavoro. L'obbligo dell'art. 1-bis del D.Lgs. 152/1997 scatta se la decisione o il monitoraggio sono interamente rimessi al sistema, oppure se l'intervento umano è meramente accessorio. Ne resta fuori la sola rilevazione di entrate e uscite da cui non derivi una decisione automatizzata. L'informativa privacy sul trattamento dei dati, in ogni caso, è sempre dovuta.
Cosa si intende per decisione “esclusivamente automatizzata”?
È una scelta presa dal software senza un vaglio umano effettivo. Nei processi HR, affidare la selezione o la valutazione finale unicamente a un algoritmo senza una verifica umana viola i princìpi normativi.
Quali sanzioni sono previste per chi non si adegua?
L'art. 99 dell'AI Act costruisce tre fasce: fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato mondiale annuo per le pratiche vietate, fino a 15 milioni o il 3% per la violazione degli altri obblighi (la fascia in cui ricade un datore di lavoro), fino a 7,5 milioni o l'1% per informazioni inesatte alle autorità. Per le PMI e le start-up si applica, tra importo fisso e percentuale, quello inferiore. In Italia la vigilanza spetta all'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, con AgID come autorità di notifica. A tutto questo si sommano i rischi legati al GDPR. Il regime sanzionatorio specifico per le nuove regole italiane sul lavoro, invece, sarà definito solo con il decreto legislativo definitivo.
Il regolamento aziendale va aggiornato con clausole sull’IA?
Sì, è fortemente consigliato aggiornare regolamenti e procedure ogni volta che si introducono strumenti basati sull’intelligenza artificiale, così da definire con precisione ruoli e responsabilità.
Vuoi approfondire come gestire l'intelligenza artificiale nei processi HR in modo conforme alla normativa? Scopri come digitalizzare la gestione del personale, mantenendo sempre il controllo sui processi.
20 lug 2026
Dal 1° luglio 2026 la destinazione del TFR di un neoassunto non dipende più da una scelta iniziale del lavoratore. L’adesione alla previdenza complementare opera già dal giorno dell’assunzione, e il dipendente ha 60 giorni per rinunciare o indicare una destinazione diversa.
La regola arriva dall’articolo 1, comma 204, della legge 199/2025, che ha modificato l’articolo 8 del D.Lgs. 252/2005. Le istruzioni operative sono nella deliberazione COVIP del 19 giugno 2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 29 giugno.
Per chi si occupa di personale cambiano i tempi, ma soprattutto la sequenza: informativa e modulo da consegnare all’assunzione, una scadenza da presidiare per ogni persona, comunicazione al fondo e versamenti da avviare quando il termine scade. Il presidio di documenti e scadenze diventa la parte che tutela l’azienda.
Cos'è l'adesione automatica alla previdenza complementare
Fino al 30 giugno 2026 valeva il silenzio-assenso: il neoassunto aveva sei mesi per decidere dove destinare il TFR maturando e, in assenza di scelta, alla scadenza del semestre il solo TFR veniva conferito al fondo pensione previsto dal contratto collettivo.
Dal 1° luglio la sequenza si è rovesciata. L’iscrizione alla forma pensionistica collettiva individuata dal contratto collettivo applicato opera già dalla data di assunzione, senza alcun adempimento iniziale del lavoratore. I 60 giorni successivi non servono ad aderire: servono a rinunciare o a indicare un’altra destinazione. Se il lavoratore tace, il silenzio conferma un’adesione che si è già prodotta.
Cambia anche il contenuto del conferimento. Con il silenzio-assenso al fondo arrivava il solo TFR; con l’adesione automatica arrivano il TFR integrale, il contributo a carico del datore di lavoro e il contributo a carico del lavoratore, nelle misure fissate dagli accordi applicabili. Per la prima volta, quindi, l’inerzia del lavoratore produce un effetto sul cedolino.
Sul piano organizzativo la conseguenza è una: la gestione del TFR non può più essere affrontata qualche settimana dopo l’assunzione, ma entra nel percorso di inserimento del nuovo assunto dal primo giorno.
Chi riguarda: i neoassunti del settore privato dal 1° luglio 2026
La disciplina si applica ai lavoratori dipendenti del settore privato di prima assunzione a partire dal 1° luglio 2026.
Accanto a questo caso la norma prevede un’estensione. Chi non è di prima assunzione e attiva un nuovo rapporto di lavoro dopo il 30 giugno 2026 rientra nell’adesione automatica soltanto se, al momento dell’assunzione, ha già una posizione attiva presso una forma pensionistica complementare alimentata dal TFR. Vi rientra anche chi ha perso i requisiti di partecipazione al fondo precedente, per esempio per un cambio di settore, ma non ha riscattato la posizione: formalmente risulta ancora iscritto.
Da qui nasce un adempimento nuovo per l’ufficio del personale. Prima di applicare la procedura serve una dichiarazione scritta del lavoratore sull’esistenza o meno di un’adesione attiva con conferimento del TFR: è l’informazione che decide quale strada seguire.
Chi ha un rapporto di lavoro in corso e non lo cambia non è toccato dalla novità. Restano valide le scelte fatte in passato e non è previsto un obbligo informativo specifico legato alla riforma.
Merita attenzione il periodo di sovrapposizione. Per chi è stato assunto fino al 30 giugno 2026 e non ha ancora espresso alcuna volontà continua ad applicarsi la disciplina previgente, con il semestre di riflessione e la destinazione del TFR al comparto garantito.
Nella seconda metà del 2026 lo stesso ufficio può quindi avere due regimi aperti in parallelo, con scadenze diverse per persone assunte a poche settimane di distanza.
Sui contratti a termine la regola è netta: l’adesione automatica si applica ai rapporti di durata non inferiore a due mesi. I contratti sotto i 60 giorni restano fuori, perché non lascerebbero un tempo di riflessione adeguato, e se il rapporto cessa prima della scadenza del termine l’adesione non produce effetti.
Come funziona il silenzio-assenso: i 60 giorni dall'assunzione
Dal giorno dell'assunzione, il nuovo dipendente ha 60 giorni di tempo per comunicare all'azienda una scelta diversa dall'adesione automatica.
Può rinunciare all’adesione automatica e mantenere il TFR secondo il regime ordinario dell’articolo 2120 del Codice Civile, fermo l’eventuale versamento al Fondo di Tesoreria INPS per i datori che superano la soglia dimensionale, fissata per il 2026 e il 2027 a una media annua di almeno 60 dipendenti.
Può destinare TFR e contributi a una forma pensionistica diversa da quella prevista dal contratto collettivo applicato.
Può dichiarare di non versare il contributo a proprio carico, nei casi in cui la normativa lo consente.
Per chi non è di prima assunzione e ha già una posizione alimentata dal TFR le opzioni sono più strette: può indicare un fondo diverso, ma non riportare il TFR in azienda, salvo che la precedente posizione sia stata integralmente riscattata.
La rinuncia va comunicata al datore di lavoro e produce effetti retroattivi: cancella gli effetti dell’adesione automatica già prodottasi. In assenza di comunicazioni, decorsi i 60 giorni l’adesione si consolida.
Due dettagli pesano sul conteggio. Le eventuali sospensioni del rapporto non interrompono il decorso del termine, e nemmeno il periodo di prova lo sospende: se il contratto collettivo lo prevede, durante la prova può essere versato il solo TFR e la contribuzione parte al superamento, ma l’adesione si perfeziona comunque allo scadere dei 60 giorni.
Il presidio, per l’ufficio del personale, è quindi doppio: una data di scadenza per ogni assunto e la registrazione documentata di quello che arriva entro quella data.
Cosa succede al TFR con l'adesione automatica
Con l'adesione automatica, l'intero TFR maturando viene destinato alla forma di previdenza complementare, insieme al contributo a carico del datore di lavoro e al contributo a carico del lavoratore, entrambi nella misura prevista dagli accordi o dal CCNL applicato. Una percentuale inferiore è ammessa solo se prevista dagli accordi applicabili, oppure per i lavoratori iscritti alla previdenza obbligatoria prima del 29 aprile 1993, per i quali la quota non può comunque scendere sotto il 50%.
È prevista una specifica tutela per le retribuzioni più basse: se il reddito del lavoratore rientra nelle soglie di esenzione o nei limiti previsti dalla normativa e dai regolamenti del fondo, il lavoratore può scegliere di non versare il proprio contributo a carico mantenendo comunque attiva l'adesione per la quota di TFR (e per l'eventuale contribuzione del datore di lavoro, ove prevista). È sempre consigliabile verificare le istruzioni operative del fondo di riferimento per gestire correttamente questi casi.
Il fondo di destinazione non è una scelta libera dell'azienda: è quello individuato dagli accordi o dai contratti collettivi applicati, anche territoriali o aziendali. Se ne risultano applicabili più di uno prevale la forma individuata dall’accordo aziendale; in mancanza, quella a cui è iscritto il maggior numero di lavoratori dell’azienda alla data della nuova assunzione. Verificare quale fondo prevede il contratto prima dell’assunzione evita errori nei versamenti e rettifiche successive.
Gli adempimenti pratici per l'azienda al momento dell'assunzione
Per evitare errori, conviene trasformare questi adempimenti in una procedura standard da seguire per ogni nuovo assunto.
Verificare, insieme al consulente del lavoro, quale forma pensionistica complementare sia indicata dal CCNL applicato in azienda.
Consegnare un'informativa scritta a ogni neoassunto, che spieghi il meccanismo di adesione automatica, il fondo di destinazione e le opzioni disponibili nei 60 giorni.
Consegnare, insieme all’informativa, il modulo per la destinazione del TFR. In attesa del decreto interministeriale Lavoro-MEF che adotterà il modello definitivo, il Ministero del Lavoro ha reso disponibile il modello TFR3, che aggiorna il precedente TFR2: la prima sezione riguarda i lavoratori di prima assunzione, la seconda chi ha già un’adesione attiva con conferimento del TFR.
Acquisire il modulo compilato, conservarlo e rilasciarne una copia controfirmata dal lavoratore. È il documento che dimostra come è stata gestita la scelta.
Documentare la data di assunzione e il termine dei 60 giorni per ciascun nuovo dipendente, per gestire correttamente eventuali rinunce o cambi di fondo comunicati in tempo. Quando documenti, scadenze e comunicazioni vengono gestiti nello stesso ambiente, è più semplice verificare in qualsiasi momento se ogni passaggio dell'onboarding è stato completato correttamente.
Aggiornare le procedure di onboarding e i modelli già in uso, includendo il passaggio come parte nel processo, non come adempimento separato.

Come comunicare correttamente la novità ai nuovi dipendenti
L'obbligo informativo non è un dettaglio burocratico: il lavoratore deve ricevere, al momento dell'assunzione, un'informativa dettagliata su accordi collettivi applicabili, meccanismo di adesione automatica, fondo di destinazione e opzioni a disposizione entro i 60 giorni.
È importante inserire questo passaggio nel colloquio di onboarding, non solo in un documento da firmare tra le altre carte di assunzione. Molti neoassunti non hanno familiarità con il tema della previdenza complementare e per questo una spiegazione chiara può ridurre il rischio di contestazioni successive.
Per rendere questo passaggio davvero efficace, può essere utile seguire sempre lo stesso schema: spiegare cosa succede se il lavoratore non compie alcuna scelta, quali alternative ha a disposizione e come può comunicarle entro i 60 giorni. Documentare ogni comunicazione permette poi all'azienda di dimostrare, se necessario, di aver assolto correttamente agli obblighi informativi.
Con lo smart working, sedi diverse e organizzazione flessibile delle presenze, l'inserimento di un neoassunto oggi passa raramente da un unico momento in presenza. Consegnare l’informativa e non perdere la scadenza dei 60 giorni per ciascun assunto è più semplice se si ha un punto unico dove gestire entrambe le cose.
Con Fluida, per esempio, informativa e modulo firmato si caricano tra i documenti del dipendente, con una data di scadenza associata e un promemoria collegato: l’intera sequenza resta tracciata in un unico flusso di lavoro, invece di disperdersi tra messaggi di posta elettronica e fogli di calcolo.
Previdenza complementare automatica: le domande frequenti per chi fa HR
Si applica anche ai contratti a termine?
Sì, ma con un'esclusione precisa: non si applica ai contratti di durata inferiore a 60 giorni. Se il rapporto termina prima dello scadere dei 60 giorni previsti per l'eventuale rinuncia, l'adesione automatica non si perfeziona in ogni caso.
Il dipendente può scegliere un fondo diverso da quello indicato dall'azienda?
Sì, entro 60 giorni dall'assunzione, il lavoratore può comunicare all'azienda di voler destinare il TFR e i contributi a una forma pensionistica complementare diversa da quella prevista dal CCNL applicato, oppure può rinunciare del tutto alla previdenza complementare.
Cosa succede se l'azienda non informa correttamente il dipendente?
La normativa pone l'obbligo informativo in capo al datore di lavoro. Un'informativa mancante o incompleta può esporre l'azienda a contestazioni da parte del lavoratore: per questo conviene formalizzare la comunicazione per iscritto e documentarne la consegna.
L'adesione automatica è reversibile?
Entro i 60 giorni sì, e la rinuncia ha effetto retroattivo. Trascorso questo termine, come riportato dal COVIP, l’adesione si consolida e diventa irrevocabile: non è più possibile riportare il TFR in azienda. Vale invece il contrario e quindi chi entro i 60 giorni sceglie di lasciare il TFR in azienda resta libero di aderire a una forma di previdenza complementare in qualsiasi momento futuro.
Cosa deve fare l’azienda alla scadenza dei 60 giorni?
Gli obblighi non si esauriscono con l'informativa. Se il lavoratore non compila il modulo entro il termine, l'azienda comunica l'adesione alla forma pensionistica di destinazione e avvia i versamenti dal mese successivo alla scadenza, recuperando anche le quote maturate dalla data di assunzione. La regolarizzazione passa dal flusso UniEmens: l'INPS, con il messaggio n. 2325 del 10 luglio 2026, ha indicato il codice CF05 entro il mese successivo alla scelta, mentre oltre quel termine si usa il CF02 insieme al CF11 per le maggiorazioni.
È qui che si concentra il rischio economico della riforma: dalla scadenza dei 60 giorni decorrono obblighi di comunicazione e versamento con effetto retroattivo, e un presidio approssimativo si traduce in sanzioni civili e rettifiche su più cedolini.
17 lug 2026
Trasformare un contratto a termine in un'assunzione a tempo indeterminato è il passo naturale quando una risorsa ha dimostrato di valere, ma per una PMI vuol dire fare i conti con un costo fisso che pesa sul bilancio.
Prima di firmare, però, conviene sapere che la convenienza di questa scelta nel 2026 non dipende solo dal costo del contratto: dipende da una finestra temporale che si chiude il 31 dicembre e da un requisito di incremento dell'organico che non tutte le aziende riescono a rispettare.
Il Bonus stabilizzazione giovani 2026 (previsto dall’articolo 4 del Decreto-Legge n. 62/2026, convertito dalla legge 25 giugno 2026 n. 112) nasce proprio per questo: azzerare i contributi previdenziali a carico dell’azienda che conferma un giovane già inserito in organico.
Cos'è il bonus stabilizzazione giovani del Decreto Lavoro 2026
Il Bonus stabilizzazione giovani è un esonero contributivo totale pensato specificamente per chi trasforma un contratto a termine già esistente in un'assunzione a tempo indeterminato e non riguarda le nuove assunzioni dall’esterno che rientrano invece nel diverso Bonus Giovani ordinario.
Le modalità applicative dell’incentivo sono state chiarite dall’INPS con la Circolare n. 72 del 3 luglio 2026. L’obiettivo della misura è favorire la stabilizzazione dei giovani già inseriti in azienda.
Chi può accedere: requisiti dell'azienda e del lavoratore
Per ottenere l'esonero, la legge richiede il rispetto di alcune condizioni precise, divise tra impresa e collaboratore.
I requisiti dell'azienda. L'incentivo è aperto ai datori di lavoro privati in regola con il DURC, senza violazioni in materia di lavoro, legislazione sociale e sicurezza sul luogo di lavoro e che applichino i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Nei sei mesi precedenti la trasformazione l'azienda non deve aver effettuato licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo né licenziamenti collettivi nella stessa unità produttiva: la condizione vale a prescindere dalla qualifica dei lavoratori coinvolti. Il decreto richiede inoltre di corrispondere al lavoratore un trattamento economico individuale non inferiore al trattamento economico complessivo definito dalla contrattazione collettiva di riferimento.
I requisiti del lavoratore. Il dipendente deve avere meno di 35 anni (34 anni e 364 giorni alla data della trasformazione), non essere mai stato occupato a tempo indeterminato nel corso della propria vita lavorativa e rivestire la qualifica di operaio, impiegato o quadro: il personale con qualifica dirigenziale è escluso per espressa previsione normativa. Non è richiesta l'appartenenza a categorie di svantaggio, condizione che riguarda invece il Bonus Giovani per le nuove assunzioni, non la stabilizzazione.
L’incremento occupazionale netto. La trasformazione deve produrre un aumento della base occupazionale rispetto alla media dei lavoratori occupati nei dodici mesi precedenti. Il calcolo si fa sull'intera organizzazione del datore di lavoro, secondo la nozione di impresa unica, e non sulla singola unità produttiva, e va rifatto per ogni mese di fruizione: non entrano nel computo le diminuzioni di occupati verificatesi in società controllate o collegate, mentre gli aumenti possono essere considerati a favore dell'azienda. Se in un mese l'incremento viene meno, per quel mese l'esonero non spetta; se si ricostituisce, la fruizione riprende ma il beneficio perduto non si recupera. Il requisito non decade quando il posto è rimasto vacante per dimissioni volontarie, invalidità, pensionamento per raggiunti limiti d'età, riduzione volontaria dell'orario o licenziamento per giusta causa.
Quanto vale l'esonero e per quanto tempo
L'agevolazione consiste in un esonero del 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro privato, con l'esclusione dei premi INAIL.
L'importo massimo. Lo sgravio copre i contributi fino a un tetto massimo di 500 euro al mese per ciascun lavoratore, uniforme su tutto il territorio nazionale: le maggiorazioni territoriali riguardano il distinto Bonus ZES, non la stabilizzazione.
La durata. Il beneficio viene riconosciuto per un periodo massimo di 24 mesi, indipendentemente da eventuali condizioni di svantaggio del lavoratore.
Part-time e mesi parziali. Per i rapporti a part-time i massimali dell'agevolazione sono proporzionalmente ridotti. Per le trasformazioni o le cessazioni che avvengono in corso di mese la soglia si riproporziona su base giornaliera, assumendo a riferimento 16,12 euro per ogni giorno di fruizione. Il periodo di fruizione può essere sospeso, con differimento del godimento, solo in caso di assenza obbligatoria dal lavoro per maternità, comprese le ipotesi di interdizione anticipata.
Esclusioni. Restano esclusi dal beneficio i rapporti di lavoro domestico, i contratti di apprendistato e la trasformazione di contratti intermittenti o a chiamata. L'esonero spetta invece per le trasformazioni a tempo indeterminato a scopo di somministrazione e per i rapporti instaurati in attuazione del vincolo associativo con una cooperativa di lavoro.

Le scadenze: quando va fatta la stabilizzazione
Il tempismo è decisivo per non perdere il bonus. Le finestre operative stabilite dalla normativa sono tassative:
il contratto a termine da trasformare deve essere stato instaurato entro il 30 aprile 2026;
alla data della trasformazione, il contratto deve avere una durata complessiva non superiore a 12 mesi;
la trasformazione effettiva deve avvenire tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026;
la trasformazione deve avvenire senza soluzione di continuità rispetto al contratto a termine: non sono incentivabili le trasformazioni di rapporti a tempo determinato instaurati dal 1° maggio 2026 in poi.
Poiché i benefici dipendono dalla corretta gestione delle istanze telematiche, il consiglio è muoversi per tempo insieme al consulente del lavoro appena scatta la decisione di stabilizzare, tenendo traccia delle date che contano insieme a tutte le altre scadenze del personale.
Come fare richiesta: la procedura INPS
L’accesso al bonus non è automatico in busta paga, ma richiede un iter telematico preciso, reso operativo dall’INPS con il messaggio n. 2518 del 29 luglio 2026.
Invio dell'istanza. La domanda va presentata esclusivamente online tramite il Portale delle Agevolazioni (ex DiResCo), nella sezione “Incentivi decreto Lavoro 2026 – Incentivo alla stabilizzazione”, indicando i dati dell’impresa e del lavoratore, la data di stipula del contratto da trasformare, la tipologia di orario e la retribuzione media mensile prevista, oltre alle dichiarazioni sull’assenza di cumulo con altri esoneri e sul trattamento economico applicato. L'istanza può essere presentata sia per trasformazioni già effettuate dal 1° agosto 2026 sia per trasformazioni non ancora avvenute.
Verifica delle risorse. L'INPS verifica che il lavoratore non sia stato titolare di rapporti a tempo indeterminato precedenti, quantifica il beneficio sulla base dei contributi dichiarati e accoglie la domanda solo se le risorse residue bastano a coprire l'intero periodo agevolato.
Il termine dei dieci giorni. Se la domanda riguarda una trasformazione non ancora effettuata, l'INPS accantona le risorse e invita l'azienda, via PEC e con notifica su MyINPS, a procedere e a inviare la comunicazione obbligatoria entro dieci giorni. Il termine è perentorio: se scade, gli importi accantonati si perdono, ferma restando la possibilità di presentare una nuova istanza.
Recupero dell’esonero. Ottenuta l'autorizzazione, l'azienda compensa l'esonero mensilmente attraverso i flussi dichiarativi (UniEmens) gestiti dal consulente del lavoro.
Cumulabilità con altri incentivi
Una delle leve più interessanti per le PMI è la possibilità di combinare l'esonero contributivo con altri strumenti di sgravio fiscale. La maxi-deduzione del costo del lavoro prevista per le nuove assunzioni stabili, una maggiorazione del 20% (30% per le categorie meritevoli di maggiore tutela) sul costo deducibile del personale, che si somma senza alcuna riduzione perché opera sul piano fiscale e non su quello contributivo. L'esonero dell'1% collegato alla Certificazione della parità di genere, che incide sul monte contributivo aziendale e non sul singolo rapporto. E le agevolazioni che riducono la contribuzione a carico del lavoratore, come l'esonero sulla quota IVS delle lavoratrici madri.
Il beneficio è riconosciuto entro limiti di spesa definiti: 18,2 milioni di euro per il 2026, 87,5 milioni per il 2027 e 69,3 milioni per il 2028. L'INPS monitora l'andamento delle domande e, se il limite risulta raggiunto anche solo in prospettiva, non accoglie ulteriori richieste.
Bonus stabilizzazione giovani: domande frequenti
Si applica anche ai contratti di apprendistato?
No. L'apprendistato è escluso dal bonus perché gode già di regimi contributivi agevolati e di aliquote ridotte rispetto alla contrattazione ordinaria. Diverso il caso del lavoratore che in passato ha svolto un periodo di apprendistato: quei periodi non sono ostativi al riconoscimento dell'esonero.
Il lavoratore deve aver lavorato continuativamente?
No. Ai fini dell'esonero non è richiesta una carriera precedente senza interruzioni: il requisito di continuità riguarda il passaggio dal contratto a termine a quello a tempo indeterminato, che deve avvenire senza soluzione di continuità. Un'interruzione tra i due rapporti fa perdere l'accesso all'esonero, così come non sono incentivabili i contratti a termine instaurati dal 1° maggio 2026 in poi.
Il bonus decade se il dipendente viene licenziato?
Non automaticamente. La normativa prevede la revoca dell'incentivo in specifiche situazioni. Per esempio, il beneficio viene revocato se, entro sei mesi dalla trasformazione agevolata, il datore di lavoro licenzia per giustificato motivo oggettivo il lavoratore che beneficia dell'esonero oppure un altro dipendente con la stessa qualifica nella medesima unità produttiva. In questi casi l'INPS revoca l'esonero e recupera i benefici già fruiti. Non sono invece ostativi i licenziamenti per sopravvenuta inidoneità assoluta al lavoro o per superamento del periodo di comporto. Attenzione anche al fronte opposto: se in un mese viene a mancare l'incremento occupazionale netto, per quel mese l'esonero non spetta..
È compatibile con la maxi-deduzione del costo del lavoro?
Sì, in linea generale la maxi-deduzione fiscale è cumulabile con la maggior parte degli incentivi contributivi. Prima di fare affidamento sulla cumulabilità per un caso specifico, è comunque consigliabile una verifica con il consulente del lavoro, poiché le condizioni di dettaglio possono variare.
Gestire una stabilizzazione significa anche tenere insieme date, documenti e adempimenti che non possono slittare. Scopri come Fluida ti aiuta a non perdere di vista le scadenze del personale.
24 lug 2026
Molte aziende usano già l'intelligenza artificiale nella gestione del personale, spesso senza averla mai classificata come tale. Dal 2 agosto 2026 l'AI Act europeo entra in una nuova fase: si applicano gli obblighi di trasparenza dell’art. 50 e il regime sanzionatorio nazionale diventa operativo, con pieni poteri alle autorità di vigilanza.
Questa data però non è un punto di partenza: sul rapporto di lavoro diversi obblighi valgono già oggi. L'informativa sui sistemi decisionali o di monitoraggio automatizzati è prevista dall'art. 1-bis del D.Lgs. 152/1997 dall'estate 2022, i limiti al controllo a distanza dall'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, e l'art. 22 del GDPR presidia già le decisioni interamente automatizzate.
Gli obblighi più stringenti, quelli sui sistemi ad alto rischio, tra cui rientra la selezione del personale, sono stati invece rinviati al 2 dicembre 2027 dal Regolamento (UE) 2026/1744, il cosiddetto Digital Omnibus, pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 24 luglio 2026: un rinvio che sposta la scadenza, non il lavoro da fare.
Per le aziende si tratta comunque di un passaggio importante: l'IA può diventare un supporto concreto per migliorare l'efficienza organizzativa, ma richiede molta più attenzione nella gestione dei dati, nella trasparenza verso i lavoratori e nel mantenimento del controllo umano sulle decisioni.
Il decreto IA italiano e il rapporto di lavoro: cosa cambia
Selezione del personale, formazione, pianificazione dei turni e valutazione delle prestazioni sono ambiti in cui questi strumenti aiutano già molte organizzazioni a lavorare meglio.
A livello italiano, la Legge 132/2025 ha già fissato il principio generale, ovvero un uso trasparente, sicuro e non discriminatorio dell'IA sul lavoro, e il 10 giugno 2026 il Governo ha approvato in esame preliminare uno schema di decreto attuativo che introduce, tra l'altro, il divieto di decisioni prese esclusivamente da un algoritmo su costituzione, modifica e cessazione del rapporto di lavoro, compresi i provvedimenti disciplinari.
È bene essere precisi su questo punto: è uno schema, non ancora legge definitiva, e il testo potrà ancora cambiare prima dell'approvazione finale.
Con l'AI Act europeo, l'obiettivo è garantire che la tecnologia venga adottata con criteri chiari, tutelando le persone quando sono in gioco decisioni che le riguardano. Le aziende dovranno concentrarsi su tre aspetti cardine.
Trasparenza: informare lavoratori e candidati sull'utilizzo degli strumenti di IA.
Gestione dei dati: sapere con precisione quali informazioni vengono trattate e per quali finalità.
Controllo umano: garantire che le scelte più rilevanti non siano mai delegate interamente a un algoritmo.
Il primo passo concreto consiste nel mappare gli strumenti già presenti in azienda, aggiornando procedure e informative interne prima che la normativa diventi pienamente applicabile.
L’obbligo di informativa ai lavoratori sull’uso dell’IA
La trasparenza è uno dei pilastri dell'AI Act. Quando un sistema automatizzato incide sull’organizzazione del lavoro o supporta le decisioni HR, le persone devono sapere esattamente cosa sta succedendo.
L’informativa non deve essere un modulo burocratico da archiviare, ma uno strumento di chiarezza che documenta:
quali software o strumenti di IA vengono impiegati;
per quali finalità (es. selezione o pianificazione);
quali dati vengono elaborati;
in che modo l’IA contribuisce alle valutazioni, chiarendo che si tratta sempre di un supporto e mai del decisore ultimo.
Una comunicazione trasparente aiuta a costruire un rapporto di fiducia solido, supportato da una documentazione sempre pronta da mostrare in caso di verifiche.
Il divieto di decisioni esclusivamente automatizzate su assunzione e licenziamento
L'IA può velocizzare la prima scrematura delle candidature o aiutare a organizzare le informazioni di una selezione, ma quando si tratta di un impatto concreto sulla vita professionale di una persona, il giudizio umano deve rimanere al centro. Assunzioni, avanzamenti di carriera o cessazioni del rapporto non possono essere affidati a una macchina. Serve un intervento reale: chi decide deve poter analizzare il contesto e, se necessario, discostarsi dal suggerimento dell’algoritmo, è il principio della supervisione umana.

I nuovi diritti dei lavoratori: contestazione e revisione umana
Le nuove regole rafforzano la tutela delle persone. Davanti a una decisione supportata dall'intelligenza artificiale, i lavoratori hanno il diritto di:
ricevere informazioni chiare sull'utilizzo della tecnologia;
comprendere quali elementi hanno inciso sulla valutazione;
chiedere una revisione umana della decisione;
ottenere una motivazione intelligibile, che indichi l’incidenza del sistema sul processo decisionale e i principali parametri considerati, oltre all’accesso ai dati utilizzati.
Per le aziende significa strutturare processi interni trasparenti e definire chiaramente le responsabilità di chi firma la decisione finale.
Sistemi di monitoraggio a distanza: le nuove regole
L'introduzione dell'IA nei software che monitorano i tempi di lavoro o l'uso dei dispositivi aziendali riapre il tema del controllo a distanza. Alcuni strumenti digitali possono infatti raccogliere informazioni sui tempi di lavoro, sull'utilizzo dei dispositivi aziendali o sulle modalità con cui vengono svolte determinate attività.
Vale la stessa regola generale anche per strumenti più comuni e meno sofisticati, come un software di rilevazione presenze o di pianificazione turni. Qui serve però una distinzione che spesso si perde: la sola registrazione di entrate e uscite, se da essa non deriva una decisione interamente automatizzata, resta fuori dall’obbligo informativo dell’art. 1-bis (circolare del Ministero del Lavoro n. 19/2022). L’informativa privacy e la definizione della finalità del trattamento, invece, restano dovute in ogni caso, con o senza IA
Sul controllo a distanza il riferimento resta l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori: gli impianti e gli strumenti da cui derivi anche indirettamente la possibilità di controllare l'attività dei lavoratori richiedono un accordo con le rappresentanze sindacali o, in mancanza, l'autorizzazione dell'Ispettorato del Lavoro. Il comma 2 esclude da questo passaggio gli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze, che restano comunque soggetti all'informativa e alla normativa sulla protezione dei dati.
Gli obblighi previsti dalla legge non scompaiono: bisogna informare i dipendenti, giustificare la raccolta dei dati e agire nel pieno rispetto della privacy. Valutare questi aspetti prima di adottare un nuovo strumento tecnologico evita criticità successive.
Cosa deve fare concretamente l'azienda entro il 2 agosto 2026
Le aziende possono muoversi fin da ora seguendo alcuni passi operativi.
Mappare gli strumenti: individuare quali software o strumenti integrano funzionalità di intelligenza artificiale e in quali attività vengono utilizzati.
Verificare il flusso decisionale: capire in quali processi l’algoritmo affianca le persone e chi assume la decisione finale.
Aggiornare la documentazione: rendere trasparenti informative e finalità di trattamento dei dati.
IA e lavoro: le domande più frequenti
L’obbligo di informativa riguarda anche i software HR?
Sì, quando il software incide su aspetti rilevanti del rapporto di lavoro. L'obbligo dell'art. 1-bis del D.Lgs. 152/1997 scatta se la decisione o il monitoraggio sono interamente rimessi al sistema, oppure se l'intervento umano è meramente accessorio. Ne resta fuori la sola rilevazione di entrate e uscite da cui non derivi una decisione automatizzata. L'informativa privacy sul trattamento dei dati, in ogni caso, è sempre dovuta.
Cosa si intende per decisione “esclusivamente automatizzata”?
È una scelta presa dal software senza un vaglio umano effettivo. Nei processi HR, affidare la selezione o la valutazione finale unicamente a un algoritmo senza una verifica umana viola i princìpi normativi.
Quali sanzioni sono previste per chi non si adegua?
L'art. 99 dell'AI Act costruisce tre fasce: fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato mondiale annuo per le pratiche vietate, fino a 15 milioni o il 3% per la violazione degli altri obblighi (la fascia in cui ricade un datore di lavoro), fino a 7,5 milioni o l'1% per informazioni inesatte alle autorità. Per le PMI e le start-up si applica, tra importo fisso e percentuale, quello inferiore. In Italia la vigilanza spetta all'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, con AgID come autorità di notifica. A tutto questo si sommano i rischi legati al GDPR. Il regime sanzionatorio specifico per le nuove regole italiane sul lavoro, invece, sarà definito solo con il decreto legislativo definitivo.
Il regolamento aziendale va aggiornato con clausole sull’IA?
Sì, è fortemente consigliato aggiornare regolamenti e procedure ogni volta che si introducono strumenti basati sull’intelligenza artificiale, così da definire con precisione ruoli e responsabilità.
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20 lug 2026













